
Public speaking e ipersensibilità al giudizio
Sono tante le persone che provano un forte stato d’ansia e agitazione prima e durante una performance in cui viene richiesto loro di parlare in pubblico (per pubblico si può intendere anche un gruppetto di amici). Solitamente la paura sottostante a questo stato di agitazione è quella relativa ad un giudizio negativo proveniente da chi ci ascolta e ci osserva. Temiamo di fare la fatidica “brutta figura”, di risultare incapaci, goffi, incompetenti, non all’altezza, impacciati ecc. Ognuno può avere paure estremamente diverse dagli altri ma solitamente le sensazioni corporee che sperimentiamo sono più o meno le stesse: aumento del battito cardiaco, sensazione di calore e arrossamento del viso, aumento della sudorazione, tremore alle estremità degli arti, secchezza delle fauci, abbassamento della facoltà cognitiva di controllo e monitoraggio dell’attenzione che, in uno stato di iper-attivazione, si rivela alla spasmodica ricerca di segnali di pericolo provenienti dal mondo esterno.
Solitamente tuttavia il pericolo non viene effettivamente dall’esterno ma è piuttosto frutto di pensieri e credenze interne.
Non soltanto precedenti e precoci esperienze in cui ci siamo sentiti in imbarazzo e ci siamo vergognati di fronte ad un pubblico possono rappresentare un “trauma” archiviato nella nostra memoria inconscia, ma anche le credenze che noi stessi ci siamo creati in merito alle nostre capacità (il nostro valore) determineranno oggi questa nostra fobia di parlare in pubblico.
Se hai radicata in te l’idea di non essere all’altezza della situazione e di non poter reggere alcun tipo di confronto con gli altri, allora cercherai in tutti i modi di esporti il meno possibile, cercherai di non trovarti in contesti dove dovrai “metterci la faccia” poiché sei (più o meno consapevolmente) certo che farai una brutta figura e quando la vita, a volte beffarda, ti costringe a trovarti in tali situazioni lo stato emotivo sopra descritto sarà probabilmente accompagnato anche da un’emozione di rabbia per l’ingiustizia percepita e da un’implacabile voglia di scappare via o di nasconderti che non può trovare soddisfacimento per varie ragioni tra cui una sensazione di blocco/congelamento (freezing).
Se invece hai radicata in te l’idea di essere più che all’altezza di ogni situazione e di poter reggere qualsiasi tipo di confronto con gli altri che consideri come dei rivali in competizione con te, allora cercherai di dare il massimo per dimostrare la tua superiorità e ti imporrai degli standard di performance molto elevati con l’inevitabile e annesso rischio di percepire un fallimento al termine della tua prestazione. Questo determina oltre allo stato emotivo sopra descritto, anche un’ulteriore componente eccitatoria tipica di chi si appresta a combattere (iper-attivazione del Sistema Simpatico a discapito del Parasimpatico).
Sia quando ci si appresta a combattere, sia quando ci si appresta a scappare è il Sistema Simpatico a farla da padrone, i muscoli (compreso il cuore) vengono irrorati da grandi quantità di sangue e le funzioni non strettamente necessarie all’immediata sopravvivenza vengono temporaneamente inibite, il corpo è pronto e scattante, le facoltà cognitive più fini ed evolute lo sono invece un po’ meno. Questo, dunque, rende bene l’idea di come un sistema tarato in siffatto modo sia valido per far fronte ad un pericolo esterno, concreto, materiale, ma sia molto meno valido per fronteggiare un’attività che richiede una performance meramente intellettiva.
Per svolgere un’ottima performance intellettiva il livello di arousal (attivazione fisiologica) deve assestarsi ad un punto intermedio di un continuum che va dal sonno all’iper-eccitamento. Se noi siamo iper-attivati, quindi, non riusciremo a sfruttare al meglio le funzionalità della neocorteccia ma ci focalizzeremo sui presunti segnali di pericolo.
A proposito di tali segnali, si è già scritto di quanto essi siano soggettivi ovvero siano frutto delle nostre aspettative e credenze, eppure, a noi sembrano indiscutibili. Pensiamo di avere la ragionevole certezza che i segnali che abbiamo colto sul volto dei nostri interlocutori siano delle vere e proprie prove dei loro pensieri e che tali pensieri consistano in giudizi negativi. Allora come uscirne?
Se ti chiedessero di non pensare alle cose negative che temi possano accadere non riusciresti a soddisfare la richiesta perché è pressoché impossibile importi di non pensare a qualcosa. È molto più fattibile però l’ipotesi di pensare ad una cosa opposta a quella che ti viene spontaneamente in mente.
Se ti dicessi: “non pensare ad un cavallo nero”, tu probabilmente faresti molta fatica a non farlo. Per negare qualcosa, essa prima deve esistere, altrimenti il processo di negazione non potrebbe avere luogo. Dunque solo una volta che hai accettato l’impossibilità di non immaginarti il cavallo nero, potrai passare ad uno step successivo ossia quello di “immaginare un cavallo bianco”. Se ti sforzi ad immaginare un cavallo bianco non dovresti incontrare molta difficoltà a farlo. E bene, mentre stai pensando ad un cavallo bianco difficilmente penserai anche ad un cavallo nero. Bada bene, non dico assolutamente che sia impossibile continuare ad immaginare anche il cavallo nero mentre si immagina quello bianco, infatti, potrebbe capitarti (soprattutto nella fase iniziale del lavoro) di riuscire perfettamente a contemplare l’ipotesi che gli altri possano riservare per te dei pensieri positivi, elogianti e di apprezzamento ma, nonostante questa nuova ipotesi, la tua mente sembra andare automaticamente su quella vecchia ipotesi che causa sofferenza e rancore (gli altri sono degli spietati critici pronti ad umiliarci e a disprezzarci). Non ti preoccupare, sarebbe del tutto normale, i pensieri vanno e vengono e sono incontrollabili. Accogli il pensiero negativo senza giudicarti, non caricarlo di valore, osservalo e lascia che vada via spontaneamente (più diamo valore ad un pensiero più spesso esso tenderà a ripresentarsi, viceversa, se andrà via automaticamente esso perderà gradualmente la sua forza e piano piano si estinguerà). Quindi non sfiduciarti se le due ipotesi continuano a coesistere perché adesso sei in grado di chiamarle, appunto, “ipotesi” e questo è già un favoloso risultato. Mentre prima eri convinto dell’oggettività dei tuoi pensieri (il cavallo è oggettivamente nero) ora sei in grado di comprendere che quello era solo un costrutto mentale, solo uno dei tanti possibili modi di vedere il mondo (il cavallo, se ci sforziamo, può essere anche bianco). Nel momento in cui ti renderai spontaneamente conto, infine, che immaginare il cavallo di colore bianco ti fa stare molto meglio rispetto a quando lo immagini nero, allora sarai per natura (ma questo richiede anche impegno ed allenamento) portato a scegliere di vederlo bianco.
Se indirizzi tutta la tua attenzione sui segnali sociali che ti indicano che gli altri ti apprezzano e che ti considerano valido, competente, utile ecc, e lo fai con costanza e perseveranza, presto questa attività si trasformerà in abitudine così come si era trasformata in abitudine l’esperienza opposta. A questo punto potrai già assistere ad un significativo abbassamento delle emozioni negative associate all’esposizione in pubblico. Citando Einstein: “tutto è energia e questo è tutto quello che esiste. Sintonizzati alla frequenza della realtà che desideri e non potrai fare a meno di ottenere quella realtà. Non c’è altra via. Questa non è Filosofia, questa è Fisica”.
Dopo questa tentativo che potremmo definire di “auto-suggestione” che serve soltanto a limitare lo stato affettivo negativo associato all’esposizione in pubblico (a tamponare il sintomo), bisogna necessariamente iniziare il vero lavoro.
La fase successiva prevede un processo che conduce al riconoscimento, alla comprensione ed alla accettazione del nostro caratteristico bisogno di servirci del giudizio degli altri per ricavare informazioni su noi stessi. Perché siamo così dipendenti dal giudizio altrui (bello o brutto che sia) e non siamo invece centrati su noi stessi? Come mai altre persone sembrano essere più sicure di loro stesse e non sono così interessate al giudizio altrui?
L’ultima fase del percorso che potrebbe portare non solo ad una estinzione dei sintomi, ma soprattutto ad un mantenimento duraturo del benessere che ne deriva, fa riferimento alla storia e alle origini di queste nostre caratteristiche che ci causavano malessere. Quegli aspetti della nostra identità derivano da un trauma acuto specifico? Oppure, come quasi sempre accade, essi si sono costruiti sulla base delle dinamiche relazionali con le nostre figure di attaccamento primarie ? Queste sono le domande che è utile porsi e a cui è importante dedicarsi con determinazione e costanza per trovare una plausibile risposta che ci consenta, ancora una volta e sempre di più, di prendere le distanze dalle nostre convinzioni non più funzionali, analizzandole per quelle che sono, ossia come frutto casuale della concatenazione di innumerevoli variabili ambientali e sociali e non come un dato di fatto, un marchio indelebile che ha determinato e determinerà la nostra storia identitaria.
Questo articolo lungi dall’essere una guida fai da te per risolvere un problema così complesso come l’ipersensibilità al giudizio, vuole essere solo un modo leggero e scanzonato per condividere con il lettore una delle tante modalità che uno psicologo potrebbe seguire per affrontare il problema con il suo cliente. Ovviamente la modalità di lavoro presentata è quella che chi scrive ritiene più adeguata a sé stesso e al suo modo di lavorare, ma è importante che il lettore sia conscio dell’esistenza di numerose altre modalità altrettanto valide.
In caso di problemi legati all’ipersensibilità al giudizio o ad altri fattori sociali e/o relazionali, l’invito a rivolgersi ad un professionista è sempre valido e raccomandato. Apprendere delle semplici e pratiche tecniche da applicare al sintomo può sembrare di grande aiuto perché potrebbero ridurre immediatamente la portata dell’espressione sintomatica ma, alla lunga, se non si sono affrontate professionalmente le problematiche alla base del sintomo stesso, con molta probabilità, esso tenderà a ripresentarsi.
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Insonnia
Con la vita stressante che quasi tutti noi facciamo capita spesso di riuscire a riposare la mente e il proprio corpo soltanto durante il sonno nelle ore notturne. Quando succede che anche durante quel momento non riusciamo a riposare scatta subito in noi un senso di sconforto, di rabbia, di frustrazione e di preoccupazione per il fatto che all’indomani ci aspetta un’altra lunga e faticosa giornata e, se noi non avremo riposato adeguatamente, affronteremo tale giornata senza energie ottenendo, di conseguenza, una scarsissima performance e, ça va sans dire, la nostra cultura è sempre legata a doppio nodo alla logica della performance e del massimo profitto. Questo determina ovviamente uno stato di preoccupazione crescente che si manifesta sotto forma di pensieri del tipo “domani non posso assolutamente fallire la presentazione di quel mio caro progetto, è troppo importante”, e tale preoccupazione ha un effetto retroattivo, nel senso che l’aumentare del nostro arousal (livello di attivazione fisiologica) ci impedisce di rilassarci e tanto meno di addormentarci e questa incapacità di addormentarci non fa altro che nutrire e confermare ancora di più la nostra preoccupazione su ciò che accadrà domani a lavoro o a scuola.
Come interrompere allora questo circolo vizioso?
Potremmo prendere in prestito delle tecniche di rilassamento molto affini al mondo della meditazione che ci consentono di distogliere l’attenzione dai pensieri che ci rendono agitati dirigendola invece verso oggetti o pensieri neutrali come il respiro, le immagini o le frasi mentali.
Se stai leggendo questo articolo mentre sei a letto e non riesci a dormire, cerca di svolgere questo esercizio che richiede sforzo e molta concentrazione.
Presta attenzione al tuo corpo, percepisci il contatto tra esso e il letto su cui sei disteso. Mettiti in una posizione comoda e concentrati attentamente sulle informazioni sensoriali provenienti dal tuo corpo.
Sposta l’attenzione sul respiro. Fai un paio di respiri profondi. Sentirai i polmoni che si stanno ossigenando e percepirai la distensione che si propaga lungo tutto il corpo.
Cerca ora di avere un controllo sulla respirazione provando a darti un ritmo per regolare le fasi di ispirazione-mantenimento-espirazione-mantenimento. Nella fase di ispirazione raccogli più aria possibile senza tuttavia porre uno sforzo eccessivo e conta attentamente quanti secondi dura questa fase. Una volta raggiunto il limite di ispirazione, trattieni il respiro per qualche secondo e conta. Quando senti che è il momento di espirare fallo liberamente e conta i secondi anche in questa fase. Svuota i polmoni completamente e poi, ancora una volta, trattieni il respiro per qualche attimo fino a che senti che è arrivato il momento di ispirare nuovamente.
A questo punto, dopo una serie di tentativi, dovresti essere arrivato a capire esattamente qual è lo schema della tua respirazione ovvero da quanti secondi è composta ciascuna fase del ciclo: ispirazione-mantenimento-espirazione-mantenimento. Ora prova a rendere omogenee tutte le fasi. Fa sì che esse durino gli stessi secondi.
Per aiutarti immagina un quadrato dove i due lati orizzontali sono le fasi di ispirazione ed espirazione mentre i due lati verticali sono le fasi di mantenimento. Mentre respiri ricordati sempre di contare i secondi che passano, cerca di prestare attenzione alla regolazione delle varie fasi senza effettuare troppe variazioni e, se ti risulta utile, aiutati a gestire il ciclo immaginandoti mentalmente il quadrato che lentamente, gradualmente e ripetutamente viene disegnato dal tuo respiro. Fai attenzione a non deconcentrarti, l’esercizio non è facile proprio perché richiede un’attenzione duratura e costante.
Potrà capitarti spesso di distrarti perché altri pensieri affiorano alla tua mente, in quel caso tu applica il monitoraggio dei tuoi pensieri, ossia renditi conto che altri pensieri sono arrivati ad interrompere il lavoro che stavi facendo e, senza innervosirti, semplicemente ignorandoli, continua a svolgere l’esercizio in cui ti stavi impegnando precedentemente. Vedrai che dopo una serie di tentativi da parte del cervello di interrompere il nostro esercizio, se riusciamo a tenere duro esso cesserà di provare ad interromperci.
Entra nell’ottica di svolgere questo esercizio per tutta la notte (d’altronde avresti passato comunque la notte in bianco ma logorandoti a causa dei pensieri negativi) e all’indomani ti accorgerai che, se svolto adeguatamente, solo una cosa è stata davvero in grado di impedirti di portare a termine l’esercizio: il sopraggiungere del sonno. Eh già, il sonno. A furia di concentrarti su un’attività rilassante ma estremamente routinaria, ripetitiva e monotona, il tuo cervello non avrà più stimolazioni sufficientemente alte da mantenersi “acceso” e piano piano si spegnerà, o meglio, passerà ad una modalità alternativa alla veglia che noi tutti definiamo sonno.
Questo è solo uno dei tantissimi esercizi di rilassamento che puoi fare per addormentarti. Quello che realmente tengo a condividere con te è la conoscenza di due dei tanti possibili processi sottostanti alle principali forme di insonnia da addormentamento a natura psicogena:
1) il rimuginio (pensare ossessivamente e ansiosamente a qualcosa che potrebbe accadere in futuro);
2) la ruminazione (pensare ossessivamente e angosciosamente a qualcosa accaduto in passato).
Forse Giovanni Liotti si riferiva anche a questi due processi quando parlava di “monologo interiore con la sua routine di lode e di biasimo, che inizia quando la memoria ci chiama per nome” (La dimensione interpersonale della coscienza. 2005)
È possibile dunque imparare a frenare questi processi utilizzando delle semplici pratiche alla portata di tutti.
Ovviamente, se queste semplici soluzioni approssimative non bastano e ti rendi conto che il problema di insonnia persiste, ti invito caldamente a rivolgerti quanto prima ad uno specialista per escludere cause organiche e per stabilire un intervento professionale ad hoc.
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Perché a volte perdiamo il controllo? Come capire cosa ci fa davvero arrabbiare…
Uno dei motivi per cui le persone si rivolgono spontaneamente ad un professionista della salute mentale è perché si trovano a sperimentare delle emozioni, avere dei pensieri e agire dei comportamenti che non riconoscono appieno come frutto della loro volontà o perlomeno considerano spiacevoli, incontrollabili e non in linea con l’immagine che hanno di sé stessi.
Molte persone, ad esempio, si rivolgono allo psicologo perché sovente mettono in atto dei comportamenti distruttivi e aggressivi sia auto che etero diretti. Questi pazienti riferiscono delle perdite di controllo dei propri impulsi eccessive e spesso immotivate. Successivamente a tale discontrollo il paziente riporta emozioni di delusione, sconforto e confusione del pensiero a causa appunto della discordanza tra il proprio modo di intendersi come persona e il comportamento appena posto in essere. Questa dissonanza cognitiva e le emozioni che ne derivano portano anche ad una notevole riduzione dell’autostima e soprattutto ad un abbassamento della self-efficacy (credenza in merito alla propria capacità di produrre specifici comportamenti utili al raggiungimento di un obiettivo desiderato) poiché non si è stati in grado, ancora una volta, di non perdere il controllo nonostante i buoni propositi.
Questi pazienti hanno come l’impressione che in quel particolare momento in cui si perde il controllo si sia spinti da una forza ingovernabile e da uno stato di attivazione emotiva completamente disregolato. Sia il paziente che lo psicologo si trovano impegnati dunque a cooperare per scoprire la vera natura di questa “forza”.
Ho scritto un articolo sulla rivista specialistica “State of Mind” in cui affronto questo argomento.
Per saperne di più: https://www.stateofmind.it/2020/04/pendolo-newton-psicoterapia/

“Le opere della coscienza”: Equilibrio – Cambiamento – Evoluzione – Benessere
Esiste nell’essere umano una tendenza innata a mantenere uno stato di equilibrio (omeostasi), una coerenza interna e una costanza nel tempo. Questa tendenza ha lo scopo di rendere intelligibile e prevedibile il mondo, gli altri essere umani e dunque noi stessi. Ecco una delle principali opere della coscienza.
Tuttavia, la natura è intrinsecamente variabile: “l’unica cosa costante è il cambiamento”.
Di fronte al cambiamento, il nostro equilibrio vacilla, causando disorientamento, paura e rabbia. Solitamente il cambiamento inaspettato viene vissuto come un ostacolo da abbattere, come una limitazione, una trappola. Ma cosa succede ad un animale che prova a liberarsi dalla rete che lo ha intrappolato? Esso, dimenandosi, non farà altro che peggiorare la situazione. È questo che anche noi esseri umani facciamo continuamente, ci dimeniamo cercando di scappare dall’inevitabile cambiamento. Spesso le persone sopportano condizioni di vita piene di sofferenza e di dolore pur di non andare in contro al cambiamento poiché troppo spaventate da esso.
Riuscire ad accettare l’idea che tutto è destinato a cambiare, porta alla caduta di una grande illusione tipica dell’essere umano, quella di poter oggettivamente controllare e prevedere il mondo, se stessi e le altre persone. Tale disillusione tendenzialmente e auspicabilmente conduce ad uno stato di “attiva inoperosità”, si cessa di provare a tutti i costi a governare gli eventi e ci si rassegna all’imprevedibilità. Questa inoperosità produce uno stato di rilassatezza e quiete interiore poiché si è smesso di lottare contro qualcosa più forte di noi. La nostra coscienza è appena andata in contro ad un’ evoluzione. Essa, osserva ora gli eventi del mondo in una maniera più distaccata, meno coinvolta e, quando si osservano gli eventi, i pensieri, le emozioni, alla dovuta distanza, essi ci appaiono come oggetti, se ne apprezza l’intrinseca casualità e la loro connessione con tantissimi, forse infiniti, altri eventi interconnessi tra loro (ancora una volta) casualmente.
Si smette di provare quell’assillante bisogno di trovare un senso, un colpevole, un responsabile, una causa alla nostra sofferenza e si inizia ad accettare e ad apprezzare la vita così com’è, imprevedibile, incontrollabile, estremamente complessa e straordinariamente bella. La nostra coscienza è ora in grado di produrre benessere avendo raggiunto un nuovo stato di equilibrio, un equilibrio che questa volta contempla l’instabilità e proprio su di essa si poggia.
Le Opere della Coscienza (2001, Raffaello Cortina Editore) è un libro di Giovanni Liotti dove l’autore introduce la Psicopatologia e la Psicoterapia nella prospettiva Cognitivo-Evoluzionista. Non sono riuscito a resistere alla tentazione di prendere in prestito il titolo del suo libro poiché esso evoca un’immagine di sorprendente e spettacolare complessità della natura della mente umana difficilmente descrivibile con parole diverse da quelle usate da Liotti. Purtroppo non ho avuto l’opportunità di conoscere questo grande Maestro, ma il suo sapere e il suo amore per ciò che studiava mi arrivano vividamente attraverso chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e gli scritti che ci ha lasciato in eredità.
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In cosa consiste un percorso di supporto psicologico?
Solitamente, quando uno psicologo incontra per la prima volta un cliente, svolge una funzione di valutazione diagnostica ed analisi della domanda. Successivamente propone un ciclo di consulenze considerate necessarie al raggiungimento di un obiettivo chiaro e condiviso, oppure, qualora la gravità delle problematiche riportate dal cliente suggeriscano un quadro franco di psicopatologia di livello grave, lo psicologo provvede all’invio presso un altro specialista psicoterapeuta e/o psichiatra.
In linea di massima, al primo consulto, lo psicologo si trova di fronte a una persona alle prese con un conflitto fra sé stesso e il mondo esterno. Il cliente il più delle volte si presenta lamentando il fatto di doversi puntualmente confrontare con un mondo ostile, ingiusto, espulsivo, non comprensivo e indubbiamente “sbagliato”. Ognuno poi racconta di come, da solo, con i propri strumenti, ha provato a reagire nei confronti di quel mondo considerato “sbagliato”.
C’è chi ha cercato di correggerlo a tutti i costi, incluso l’utilizzo della rabbia e dell’aggressività.
C’è chi ha pensato che correggere il mondo fosse impossibile, ma fosse invece possibile sopportarlo ovvero incassare i colpi fino all’esaurimento.
C’è poi chi ha pensato che fosse impossibile cambiare il mondo, che fosse altrettanto impossibile sopportarlo in quanto troppo doloroso e, dunque, ha deciso di isolarsi, ritirarsi in sé stesso escludendo fuori il resto.
Infine c’è anche chi è riuscito a convincersi che il mondo è perfetto e che l’errore risiedesse in sé stessi, nella propria personalità, nel proprio carattere o addirittura nel proprio aspetto fisico e, allora, ha provato a fare di tutto per conformarsi a quelli che riteneva fossero gli standard essenziali richiesti per essere accettati dal suddetto mondo.
Solitamente, tutti questi tentativi fai da te, dopo un breve periodo di apparente efficacia, finiscono per rivelarsi inutili poiché la persona stessa nell’arco di poco tempo, anche dopo aver cambiato lavoro, partner, città, oppure dopo aver cambiato aspetto fisico, torna “inspiegabilmente” a rivivere quelle sensazioni di disagio, non è più soddisfatto, e si ritrova, con estremo stupore, a fare i conti con le stesse ingiustizie subite in passato. Che strano eh? Coincidenze, forse?
Di fronte al fallimento di questi tentativi, il cliente decide dunque di rivolgersi ad uno psicologo.
La domanda sottostante alla maggior parte dei primi colloqui è la seguente: “dato che il mondo è “oggettivamente sbagliato”, puoi tu psicologo aiutarmi a correggerlo, oppure aiutarmi quantomeno a cambiare me stesso rendendomi più adatto al mondo?”
Di fronte all’evidente impossibilità, da parte dello psicologo, di cambiare il mondo o le persone, quest’ultimo può limitarsi a fargli notare, attraverso un percorso non certo semplice, quelle che sono le sue (del cliente) specifiche modalità di leggere il mondo, di osservarne il funzionamento ed interpretarne le leggi.
Lo psicologo, può inoltre aiutarlo a fare esperienze di modalità diverse ed inedite di osservare e vivere il mondo. Quando questo riesce, il cliente comincia a mettere in seria discussione le vecchie e disfunzionali modalità di lettura del mondo che utilizzava prima e potrebbe, attraverso l’abituazione, iniziare ad utilizzare delle chiavi di lettura diverse, più funzionali e costruttive.
Il cliente, in questa fase, potrebbe già iniziare ad apparire impressionato da quanto il mondo sia diverso da prima, da quanto il partner si comporti in maniera diversa, dal fatto che il responsabile a lavoro sia ultimamente meno scontroso ed esigente nei suoi confronti ecc. Gli sembrerà che sia avvenuto un cambiamento nel mondo, successivamente capirà che il cambiamento è in realtà avvenuto nella sua modalità di costruire e leggere il mondo e le relazioni. Gli apparirà chiaro che non esiste un solo modo di leggere l’ambiente con tutti i suoi fenomeni ed eventi, i comportamenti altrui, ecc. e, infine, comincerà a rendersi conto che non esiste una realtà oggettivamente uguale per tutti, ma che invece siamo noi a percepire le varie sfaccettature del mondo in modalità specifiche e straordinariamente peculiari e soggettive.
A questo punto, il lavoro che rimane da fare è quello di scoprire da dove originano le nostre modalità soggettive di costruire e vivere il mondo e (attenzione allo spoiler) si noterà come esse dipendano in larga parte dalle precocissime relazioni con le nostre figure di attaccamento primarie. Tali relazioni aventi una particolare frequenza e ripetitività hanno dato vita, all’interno del nostro cervello, a dei Modelli Operativi Interni che ci hanno permesso di prevedere, anticipare e poi influenzare gli eventi relazionali. Questi Modelli si sono poi cristallizzati in un grande nucleo successivamente arricchito con una miriade di altre informazioni (tendenzialmente auto-confermanti il nucleo stesso) dando origine alla cosiddetta Organizzazione di Significato Personale che fondamentalmente rappresenta il nostro modo di leggere il mondo. In linea di massima le Organizzazioni di Significato personale possono essere raggruppate in 4 grandi tipi:
- Depressiva
- Fobica
- Dapica
- Ossessiva
Solitamente, la patologia si ha nel momento in cui c’è uno squilibrio nell’utilizzo di alcune Organizzazioni, focalizzandosi sulle quali, si ha l’impressione che non esista altro modo di interpretare il mondo.
Attraverso un percorso psicologico ben fatto si può arrivare a comprendere quali sono le nostre Organizzazioni di Significato Personale predominanti, intuirne le origini, sfruttarne le caratteristiche adattive e limitarne gli eventuali effetti negativi nella vita di tutti i giorni.
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